martedì 24 maggio 2011

Forever Young

Perché: oggi Bob Dylan compie 70 anni.
Il 24 maggio del 1941 nasceva in quel di Duluth, nel Minnesota, Robert Allen Zimmerman, il musicista più importante del Novecento. Non c'è aspetto che Bob non abbia toccato, influenzato, rivoluzionato nella realtà artistica e culturale di questo pianeta. Inutile fare un discorso approssimativo su di lui, ci vorrebbe un libro, ci vorrebbero i tanti libri che sono stati scritti sulla sua leggenda. Dire le solite due frasi erronee sul menestrello che attraversa l'America sarebbe inutile, e persino offensivo. Per lui parlano le sue canzoni. Metterne una che lo rispecchiasse non è semplicemente possibile, dato che la sua mano e la sua voce hanno dato vita ai più grandi capolavori musicali di tutto un secolo.
Forever Young è in realtà stata scritta per suo figlio Jakob quando nacque, e trova posto in Planet Waves del 1974. Da fan la voglio dedicare a te Bob, alla tua personalità inesauribile, al tuo genio, alla tua poesia, a tutto quello che ci hai dato. Che tu possa vivere per sempre.




domenica 22 maggio 2011

Helplessness Blues

Adesso sono più vecchio
di mia madre e mio padre
quando ebbero loro figlia,
che cosa dice questo di me.

Così cantano i Fleet Foxes in Montezuma, prima canzone del loro nuovo Helplessness Blues, il blues dell'impotenza. Una partenza quieta, tutto sommato dolce, che dentro di sé porta le sonorità del precedente album del 2008, debutto formidabile salutato da tutti come un capolavoro. Canzone che continuando su quella linea contiene nel DNA la caratteristica più interessante e singolare del gruppo, i cambi di ritmo. Le volpi agili amano mettere al mondo creature magmatiche, in evoluzione, crescita, sviluppo, o destinate ad implodere. E così Montezuma si concede una fine spirituale, abbandonando gli arrangiamenti folk per inseguire il flusso delle parole, per trovare la giusta dimensione di sé stessa. Sono tutte così le canzoni di questo disco, irrequiete, in viaggio fra le note, alla ricerca del giusto senso, perché non è detto che quello corretto sia l'iniziale, oppure il finale.
Diventa evidente questa ricerca nelle due tracce che ospitano quattro brani: The Plains/Bitter Dancer e The Shrine/An Argument, capolavori di sapiente combinazione cromatica e ritmica. I colori ecco, sembra di vederli, caldi, autunnali fuori stagione, la stessa gamma che domina la copertina illustrata da Toby Liebowitz e Christopher Anderson, artisti della Seattle natia del leader Robin Pecknold. Una sofisticatezza compositiva che risplende in Bedouin Dress, Sim Sala Bim, e nel bellissimo singolo Grown Ocean.


Ci sono anche altre tonalità, dalle più movimentate Battery Kinzie e Lorelai, alle più sottili Someone You'd Admire e Blue Spotted Tail, sussurrate dalla magnifica voce di Pecknold, con arrangiamenti ridotti all'arpeggio chitarristico. Musica per nostalgici degli anni '70, dove gli sconfinati panorami di folk, pop, rock e psichedelia si confondevano. Del resto l'ispirazione di Bob Dylan aleggia come un fantasma in chiunque si approcci alla forma canzone, avendola lui, di fatto, esplorata in lungo e in largo. Ma c'è una differenza fra l'antico Bob e tutti quelli della sua era, e questi giovani. L'ha scovata e descritta perfettamente Riccardo Bertoncelli nel suo articolo di Linus di questo mese, di cui qui trovate un estratto. Nel suo discorso il grande critico si chiede a chi appartenga questa musica, dove si collochi, e quando. Non è vissuta, è studiata, imitata, ricreata artificialmente in provetta. È musica sintetica che rifà musica analogica. Frutto di una generazione che ama troppo quei vecchi tempi, che cerca di riportarli in vita dopo accanito studio,e così facendo perde quell'elemento di immediatezza tipico del rock. Una bellissima riflessione, ancora una volta.
Ma per chi un disco gradisce viverlo con semplicità, prendendo ciò che ha da offrire senza scavare in profondità, questo disco è più che consigliato. C'è un pubblico per questa musica colta e sofisticata che non riesce a fingersi altro, c'è un pubblico alla ricerca di suoni efficaci e preziosi, e testi su cui soffermarsi. Oggi che l'originalità è merce rara, ci si può accontentare di questa elevata qualità che sgorga da ogni traccia. Quando un gruppo trova ancora il coraggio di inserire un brano strumentale come The Cascades merita tutto il rispetto e tutta l'attenzione che gli si può dare. Peccato solo che una meraviglia come Hellplessness Blues sia stato rilasciato in anticipo come singolo. Brani come questo dovrebbero essere nascosti fra le altre tracce, dovrebbe essere lasciato all'ascoltatore il piacere di trovarli, spolverarli e innamorarsi.
Qui un bellissimo fan video del regista Fred Paull.



Sono cresciuto credendo di essere in qualche modo unico
come un fiocco di neve distinto fra fiocchi di neve unici in qualsiasi modo li si possa vedere
e ora dopo aver riflettuto direi che preferirei essere
un ingranaggio in funzione in qualche grande macchina che serva qualcosa al di là di me

sabato 21 maggio 2011

The Tree of Life

Lunghe attese, anni silenziosi. Terrence Malick si eclissa dal mondo e vive nell'ombra gettata dal suo nome in controluce. Emerge a distanza di anni per depositare un'opera, in punta di piedi, poi torna indietro. Passa la vita osservando la vita, scrutando gli elementi della natura, i colori, i movimenti, ascoltandone il suono e saggiandone gusti e profumi. Investe ogni cosa di un'anima, un senso, una particolare luce. Riprende le carezze del vento, i pellegrinaggi delle nuvole maestose, la pazienza infinita dell'erba. Abita l'infinito facendosi piccolo e umile, meravigliandosi ad ogni fenomeno. Rappresenta le passioni degli uomini, trascinanti, selvagge, primordiali, stupide ma mai inutili, sempre, sempre importanti.
Tree of life si costruisce ancora di scenari e voci fuori campo, si permea di filosofia, assolutismo, e in fin dei conti, elementare didascalismo. È Malick, è proprio lui, non ha perso il tocco negli anni. Ma è pure nuovo, riesce ad essere anche oltre.
Lancia Emmanuel Lubezki nella creazione della più splendida fotografia degli ultimi anni, alla ricerca di immagini potentissime, indimenticabili. Si potrebbe dire perfetta, se non fosse che Malick rifugge la perfezione quasi quanto la semplicità. Ed è così che nelle scene del passato abbiamo un'atmosfera moderna, una grana da Hollywood anni duemila, mentre nelle sequenze ambientate oggi, c'è un'invenzione, una fotografia futuristica. Proprio nei momenti in cui uno smarrito Sean Penn si muove davanti la cinepresa è presente l'innovazione nello stile di Malick, freddo, asettico, disturbante come non è mai stato. In trasferta dalla sua amata natura, il regista texano riprende i palazzi, le vie, le case geometriche e i grattacieli, tentando di specchiare almeno nelle immense distese di vetrate, un brandello di cielo. Scompaiono anche piani sequenza, campi sospirosi, quadri affrescati. Tree of Life è in perenne movimento, in ansia, in agitazione compulsiva. Steadycam in corsa, ascese o discese verticali, un montaggio serratissimo, febbrile, caotico. Un montaggio delle attrazioni, frutto di cinque diversi professionisti. 138 minuti in ipnotico movimento, tanto che il film lentamente scompare e si apre dinanzi a noi un'esperienza sensoriale.
Una storia in cui passato e futuro si (con)fondono, in cui viene passata in rassegna tutta la gamma di emozioni che un essere vivente può provare, dalla compassione in una specie primitiva, alla paura, al disagio, all'amore incerto e innocente. Il senso di colpa, la difficile ragnatela dei rapporti familiari, fino all'odio, l'incomprensione, che domina gran parte (troppa) della pellicola. Elementi forse biografici che emergono dalla misteriosa vita di Malick, che ha girato a Waco, città dov'è nato, forse non a caso.

Sean Penn e Brad Pitt come tutti gli attori nelle sue mani diventano fantocci e maschere, veicoli d'informazioni, fra un deserto, una cascata, un campo di girasoli. Splendida Jessica Chastain, che incarna la donna-angelo contesa di ogni film malickiano. A tenere lo schermo sono però i più giovani membri del cast, con i loro occhi e i loro corpi agili. La forza selvaggia della giovane età emerge in una straordinaria sequenza su cui scorrono le note della Moldava di Smetana. Ma è indimenticabile soprattutto un altro frammento del film, quello in cui Malick si stacca dal microscopio e comincia a narrare la storia del nostro pianeta. Puro cinema che prende a espandersi, modellarsi, come la nebbia di molecole che ha dato vita a tutto. Una scena in cui scatta quasi automatico il rimando a 2011 Odissea Nello Spazio (senza dimenticare che ci ha lavorato Douglas Trumbull), anche se si tratta di un capolavoro ancora oggi, nonostante tutto, insuperato. Al contrario della perfezione Kubrickiana, del suo sguardo analitico e scientifico, Malick si interessa all'aspetto prettamente estetico e comunicativo delle inquadrature, facendo, come da sempre prova, della poesia. Poesia per immagini, in un film disordinato, come tutti i suoi, costruito come un sogno. In cui però per la prima volta emerge qualcosa di nuovo e indefinito, che forse verrà compreso del tutto soltanto fra parecchi anni.
Per ora ciò che si ha l'impressione di osservare è un film enorme, inestimabile, su cui si potrebbe dire tantissimo, ma che rende invece ogni parola vana. Un capolavoro del bene. Una delle rare volte in cui non si sente la mancanza di Kubrick.